lo sapevo. che dire. non dico di no. è che adesso è il mio periodo francescano, mi mancano solo le birkenstock che per me costano troppo e mi fanno pure orrore.
una bella quercia o magari no, un castagno, ecco, bello, ma bello. potente nei rami e nelle fronde e perfino nei frutti. solo con dei bei buchi da palla di cannone nel tronco. e a ben guardare pure dei rami pròtesi, rami posticcio, al posto di vere appendici amputate brutalmente.
una casa carina, ancora piccola, ma che promette bene. da ingrandire. con bei mobili, una cucina rossa e un divano blu. luci calde in salotto e una libreria chiara piena di saggi di antropologia arte filosofia storia delle religioni. una casa sventrata all'improvviso, messa a ferro e fuoco e smantellata. il suo contenuto distribuito in box sparsi nel giardino isolati l'uno dall'altro e riadattati a stanze. tristi e ipocrite. tipo il condominio di barbie se qulacuo se lo ricorda può capire.
un invito a mangiare sushi da una famiglia giapponese padre madre e due figli. un invito aereo, campato per aria letteralmente, una sala da pranzo definita solo dalle correnti del vento. aquiloni di cannucce di plastica. la felicità e la voglia di volerla condividere con qualcuno, un parente, un fidanzato, una roba così. il pensiero nè precedente nè successivo ma contemporaneo che si è soli, sì nel dolore (ma non essendo masochista me ne frego) ma anche nella gioia. che tristezza autoprocurata però questa. bastarsi, che fregatura.
ecco ho deciso di tirar giù rami finti teloni scenografici bruciare manichini che ho chiamato amore amicizia lavoro. guardo i moncherini e le gemme soffocate i miei polmoni neri e incancreniti e i buchi nel legno nella pietra i vasi rotti i quaderni strappati i cuscini impolverati. guardo e mi dico: ma basta raccontarsela. basta dare il copione agli altri della mia normalità. basta. non so dove sto andando, ma ho deciso ancora di ottenere quello che voglio, stavolta in un modo diverso.
piuttosto
è estremamente istruttivo imparare a leggere.